CORTE DI GIUSTIZIA SENTENZA 3 maggio 2019, n.C- 309/18

I principi della certezza del diritto, della parità di trattamento e di trasparenza, quali contemplati nella direttiva 2014/24/UE del Parlamento europeo sugli appalti pubblici e che abroga la direttiva 2004/18/CE, devono essere interpretati nel senso che essi non ostano a una normativa nazionale, come quella di cui all’art. 95 co. 10 del d.lgs. n. 50 del 2016, secondo la quale la mancata indicazione separata dei costi della manodopera, in un’offerta economica presentata nell’ambito di una procedura di aggiudicazione di un appalto pubblico, comporta l’esclusione della medesima offerta senza possibilità di soccorso istruttorio, anche nell’ipotesi in cui l’obbligo di indicare i suddetti costi separatamente non fosse specificato nella documentazione della gara d’appalto, sempreché tale condizione e tale possibilità di esclusione siano chiaramente previste dalla normativa nazionale relativa alle procedure di appalti pubblici espressamente richiamata in detta documentazione. Tuttavia, se le disposizioni della gara d’appalto non consentono agli offerenti di indicare i costi in questione nelle loro offerte economiche, i principi di trasparenza e di proporzionalità devono essere interpretati nel senso che essi non ostano alla possibilità di consentire agli offerenti di sanare la loro situazione e di ottemperare agli obblighi previsti dalla normativa nazionale in materia entro un termine stabilito dall’amministrazione aggiudicatrice

Cgue C-309

 

CORTE DI GIUSTIZIA CE – SENTENZA 28 marzo 2019, n.C-101/18

CORTE DI GIUSTIZIA CE – SENTENZA 28 marzo 2019, n.C-101/18

L’articolo 45, paragrafo 2, primo comma, lettera b), della direttiva 2004/18/CE, relativa al coordinamento delle procedure di aggiudicazione degli appalti pubblici di lavori, di forniture e di servizi, deve essere interpretato nel senso che esso non osta a una normativa nazionale, come quella di cui al previgente articolo 38, comma 1, del decreto legislativo del 12 aprile 2006, n. 163 , che consente di escludere da una procedura di aggiudicazione di appalto pubblico un operatore economico che, alla data della decisione di esclusione, ha presentato un ricorso al fine di essere ammesso al concordato preventivo, riservandosi di presentare un piano che prevede la prosecuzione dell’attività

Cgue C-101 del 2018

CONSIGLIO DI STATO, SEZ. VI – SENTENZA 25 febbraio 2019, n.1321

MASSIMA

La “riduzione” della discrezionalità amministrativa (anche tecnica) può rinvenirsi, sul piano “sostanziale”, dagli auto-vincoli dell’azione amministrativa e sul piano “processuale” nei meccanismi giudiziari che sotto il profilo conformativo sollecitano l’amministrazione resistente a compiere la valutazione rimanente sulla materia controversa. Quando l’eliminazione dell’atto impugnato avviene sulla base dell’accertamento di uno o più vizi che attengono a elementi discrezionali dell’esercizio del potere, la sentenza limita il potere nella sua fase di rinnovo ma senza segnarne l’esito. Non è utilmente invocabile il principio del dedotto e del deducibile, quale espediente per ampliare i confini di estensione dell’area coperta dalla forza del giudicato amministrativo. All’esito dell’evoluzione giurisprudenziale e normativa culminata con il nuovo codice del processo amministrativo, il sistema delle tutele è stato tuttavia segnato da importanti sviluppi, che si pongono tutti in direzione di una maggiore “effettività” del sindacato del giudice amministrativo. Il c.p.a. valorizza al massimo grado le potenzialità cognitive dell’azione di annullamento attraverso istituti che consentono di concentrare nel giudizio di cognizione, per quanto possibile, tutte le questioni dalla cui definizione possa derivare una risposta definitiva alla domanda del privato di acquisizione o conservazione di un certo bene della vita. La giurisdizione è piena, nel senso che il giudice ha il potere di riformare in qualsiasi punto, in fatto come in diritto, la decisione impugnata resa dall’autorità amministrativa. È compito precipuo della giustizia amministrativa approntare i mezzi che consentono di ridurre la distanza che spesso si annida tra l’efficacia delle regole e l’effettività delle tutele.

Cds sent. 1321 del 2019

CORTE DI CASSAZIONE, SEZIONI UNITE – ORDINANZA 19 febbraio 2019, n.4889

MASSIMA

Sussiste giurisdizione ordinaria nel caso di domanda di condanna del Comune al risarcimento dei danni subiti per effetto della inerzia della p.a., consistita nel non avere esercitato la dovuta sorveglianza ed i controlli prescritti dall’art. 27 del DPR n. 380 del 2001 nei confronti del terzo costruttore, così inducendo l’attore a confidare nella regolarità urbanistica dell’immobile acquistato, rivelatasi inesistente.

In tema di riparto della giurisdizione, l’attrazione (ovvero la concentrazione) della tutela risarcitoria dinanzi al giudice amministrativo può verificarsi soltanto qualora il danno patito dal soggetto sia conseguenza immediata e diretta della dedotta illegittimità del provvedimento che egli ha impugnato, non costituendo il risarcimento del danno ingiusto una materia di giurisdizione esclusiva ma solo uno strumento di tutela ulteriore e di completamento rispetto a quello demolitorio.

S.U._4889_2019

CORTE DI CASSAZIONE, SEZIONI UNITE – ORDINANZA 22 marzo 2019, n.8226

MASSIMA

Le controversie riguardanti la determinazione e la corresponsione delle indennità di occupazione legittima dovute in conseguenza di atti ablativi, ai sensi dell’art. 53, comma 2, del d.P.R. n. 327 del 2001 (oggi art. 133, comma 1, lett. g), cod. proc. amm.), appartengono alla giurisdizione del giudice ordinario, a nulla rilevando che la relativa domanda sia stata proposta dall’attore unitamente a quella, devoluta invece alla giurisdizione del giudice amministrativo, di risarcimento del danno da perdita del bene, stante la vigenza, nell’ordinamento processuale, del principio generale di inderogabilità della giurisdizione per motivi di connessione.

SU ord. 8226 del 2019

CORTE DI CASSAZIONE, SEZIONI UNITE – SENTENZA 22 marzo 2019, n.8230

MASSIMA

La nullità comminata dal Decreto del Presidente della Repubblica n. 380 del 2001, art. 46, e dalla L. n. 47 del 1985, artt. 17 e 40, va connessa all’art. 1418 c.c., c. 3, di cui costituisce una specifica declinazione, e deve qualificarsi come nullità “testuale”, con tale espressione dovendo intendersi, in stretta adesione al dato normativo, un’unica fattispecie di nullità che colpisce gli atti tra vivi ad effetti reali elencati nelle norme che la prevedono, volta a sanzionare la mancata inclusione in detti atti degli estremi del titolo abilitativo dell’immobile, titolo che, tuttavia, deve esistere realmente e deve essere riferibile proprio a quell’immobile.

Cass.-SU-8230-2019