CONSIGLIO DI STATO, SEZ. VI – SENTENZA 25 febbraio 2019, n.1321

MASSIMA

La “riduzione” della discrezionalità amministrativa (anche tecnica) può rinvenirsi, sul piano “sostanziale”, dagli auto-vincoli dell’azione amministrativa e sul piano “processuale” nei meccanismi giudiziari che sotto il profilo conformativo sollecitano l’amministrazione resistente a compiere la valutazione rimanente sulla materia controversa. Quando l’eliminazione dell’atto impugnato avviene sulla base dell’accertamento di uno o più vizi che attengono a elementi discrezionali dell’esercizio del potere, la sentenza limita il potere nella sua fase di rinnovo ma senza segnarne l’esito. Non è utilmente invocabile il principio del dedotto e del deducibile, quale espediente per ampliare i confini di estensione dell’area coperta dalla forza del giudicato amministrativo. All’esito dell’evoluzione giurisprudenziale e normativa culminata con il nuovo codice del processo amministrativo, il sistema delle tutele è stato tuttavia segnato da importanti sviluppi, che si pongono tutti in direzione di una maggiore “effettività” del sindacato del giudice amministrativo. Il c.p.a. valorizza al massimo grado le potenzialità cognitive dell’azione di annullamento attraverso istituti che consentono di concentrare nel giudizio di cognizione, per quanto possibile, tutte le questioni dalla cui definizione possa derivare una risposta definitiva alla domanda del privato di acquisizione o conservazione di un certo bene della vita. La giurisdizione è piena, nel senso che il giudice ha il potere di riformare in qualsiasi punto, in fatto come in diritto, la decisione impugnata resa dall’autorità amministrativa. È compito precipuo della giustizia amministrativa approntare i mezzi che consentono di ridurre la distanza che spesso si annida tra l’efficacia delle regole e l’effettività delle tutele.

Cds sent. 1321 del 2019

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